Il nemico numero uno dell’ecosistema marino: la plastica

Da sempre l’ecosistema marino è la parte più importante di tutta la catena alimentare degli esseri viventi, nel momento in cui questo viene intaccato, salta un elemento importantissimo che cambia drasticamente gli equilibri del nostro pianeta.
Il surriscaldamento globale fa si che la temperatura dell’acqua dei mari si elevi a tal punto da creare degli squilibri all’intero ecosistema.
Questo cambiamento deriva dall’emissione di Gas Serra, di cui abbiamo parlato qualche mese fa nell’articolo sull’effetto serra e lo scioglimento dei ghiacciai.

Il mare è popolato da organismi microcellulari che sono l’inizio di tutta la catena alimentare. Si è studiato negli ultimi anni come questi microrganismi reagiscono all’innalzamento delle temperature, e come il loro spirito di adattamento li aiuta ad evolversi, per sopravvivere al nuovo ambiente.
Dalle ricerche un dato sicuramente positivo è quello che, in un piccolo ecosistema, questi microrganismi sono riusciti a creare le condizioni di sopravvivenza. Con maggiori emissioni di CO2 e con temperature molto più alte, la cosa che invece non possiamo sapere è se, in larga scala (ovvero nel nostro ecosistema marino decisamente più grande), ci sia lo stesso comportamento.

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Ma non è solo questo il problema che incombe sulle nostre acque. Il problema dello smaltimento di materie altamente tossiche che si riversano nei mari, costituisce un grave problema; infatti materie come la plastica, nel corso di centinaia di anni, tendono a sgretolarsi (a causa dell’effetto della fotodegradazione) in monofilamenti e polimeri fini che possono essere scambiati per sostanza zooplancton dai pesci, alterando considerevolmente la loro dieta, senza tener conto che possono arrivare sulle nostre tavole.

Negli oceani sono nate delle “isole di spazzatura”, formatesi a causa di correnti che spingono materiali plastici e di vario genere in vortici che li intrappolano, e creano degli agglomerati che si spostano tra oceano pacifico e il polo nord.
Si è studiato che l’80% di questi materiali viene mangiato dalle tartarughe, il 44% da uccelli marini e il 43% da mammiferi marini. Nel 1997 fu scoperta la Pacific trash vortex, un vero e proprio agglomerato di spazzatura, con una superficie più grande del nostro paese, che ha distrutto la flora e la fauna a 500 miglia marine della costa della California.
Anche l’oceano atlantico ha la sua discarica da “vantare” con una superficie di 250.000 mq.

Questi dati risultano sconvolgenti, ma è anche vero che le iniziative di sensibilizzazione sono tantissime. Le normative nel nostro paese sono molto precise riguardo la salvaguardia delle specie terrestri e marine.
Numerose sono le iniziative e le Associazioni non governative che cercano di dare una mano per sensibilizzare all’utilizzo di materiali biodegradabili e ad impatto zero, e per lo sfruttamento consapevole e sostenibile delle risorse marine.

Friends of the sea sustainable seafood si occupa della conservazione dell’Habitat Marino, partendo dal concetto che il mare è la prima fonte di proteine, e quindi di sostentamento per oltre due miliardi e mezzo di esseri umani. Ma l’aspetto importante della cosa è che la nutrizione dei pesci sia sana; per questo hanno creato un marchio per garantire prodotti che rispettano dei parametri, dalla pesca al coltura, che garantiscono i criteri di sostenibilità per l’habitat e le altre specie marine.
Sono tantissimi i produttori che hanno già aderito a questo tipo di iniziative ed altre.
Ciò significa che l’uomo oggi si sta rendendo conto dei danni che ha provocato negli anni al nostro pianeta, e fortunatamente non resta a guardare, ma agisce per apportare dei cambiamenti positivi che garantiscano la qualità di vita delle specie marine.

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